Il concerto pop

Ebbene sì, a volte, anche la milanese cede al concertone.

Non si vive di soli Vinicio Capossela, Valpolicella e performance jazz live in compagnia del Gianguido di turno: a volte anche una cotoletta doc ha bisogno di lanciarsi in un parterre pieno di zarri ad urlare, piangere e bere birra. Non ci crederete ma è liberatorio.

Nel caso della sottoscritta il parterre è il prato di San Siro, il performer Jovanotti.  La mia presenza al concerto è anticipata da due settimane di perculamenti da parte di tutti i miei colleghi del magico mondo della moda che quando entusiasta dichiaro “ho i biglietti per Jovanotti” mi lanciano sguardi che manco avessi detto che mi piace Desigual. Ma non mi scoraggio, scarico sull’iPhone tutto il cd e me lo imparo pure. La milanese infatti è secchia e perfettina in tutto: DEVE conoscere tutte le canzoni della scaletta o sa che sarà investita dal disagio mentre tenterà di stare dietro agli zarri di cui sopra balbettando l’ultima parola di ogni strofa. Risultato: al concerto Jova (ebbene sì nel giro degli amiconi della milanese a Lulli, Marghe, Cochi, Alli, Lele si è aggiunto anche Jova, che in fondo non è che tipo un carissimo amico del Tato, tipo che vanno in vacanza insieme) canta “l’astronauta” e sono l’unica che la sa: sento di meritarmi una di quelle stelline oro che mi davano alle elementari.

La fauna di un concerto pop non rientra proprio perfettamente nell’idea di eleganza di una come me, ma con una birra in mano (tutte noi abbiamo imparato a bere birra o dai nostri genitori o dalla Carlina del Jamaica) e qualche gomitata riesco a trovare il mio posto e, soprattutto, definire il mio spazio vitale e renderlo distinto da quello delle due tipe sudaticce e coi capelli frisé accanto a me. Guardandomi intorno mi rendo conto che le milanesi temerarie, quelle che hanno rifiutato la poltroncina per i salti sul prato, sono tutte raggruppate nella stessa zona: non vicine al palco (perché in fondo ci sentiamo più fighe degli altri e mica abbiamo bisogno di spiaccicarci e sudare per vedere una celebrità, ci basta fare un paio di telefonate), non troppo lontane dal palco (perché la milanese si muove solo secondo la logica dell’efficienza e che cosa ci fa a fare un concerto se non vede niente?).

Mantengo il mio aplomb e la mia smorfia standard di mezzo schifo fino a quando si spengono le luci e parte la musica: perdo il controllo di me per circa due ore durante le quali faccio almeno una ventina delle cose non consentite dalla mia anima snob come per esempio: postare una foto sdolcinata sui social, fare video durante un’esibizione, saltare senza preoccuparmi di dove vanno a finire i pantaloncini che indosso, abbracciare urlando un’amica. Ma niente paura, dopo 120 minuti di evasione dalla mia vita di menosetta ecco che la musica pian piano si abbassa, si accendono le luci e il panorama che mi si presenta davanti, fatto di bicchieri vuoti e limoni con fascetta in testa, mi suggerisce un solo pensiero: “Che facciamo quelli che vanno?”.

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