Accadde oggi – La sublime arte di aspettarsi qualcosa

Dicembre, tempo di bilanci.  E tra un meeting e una corsa per recuperare l’ennesimo regalo mi ricordo che un anno fa, in questo periodo, uscivo con uno. O almeno ne ero molto convinta. Non sono particolarmente incline a considerarmi legata a qualcuno da un filo fatto di cene e telefonate ma sì, dai primi di novembre del 2016 la mia vita prevedeva -ho poi realizzato solo secondo me- una presenza più o meno ricorrente dello stesso soggetto. Un anno fa incartavo i suoi regali, e quello che avrebbe finto far arrivare da Babbo Natale alla sua bimba. Fierissima mettevo la foto del pacchetto infiocchettato su Instagram, lui metteva mi piace. Quei regali non li ha mai ricevuti, la sera in cui dovevamo vederci non mi ha più risposto al telefono.

L’ho rivisto al ritorno dalle vacanze, su sua richiesta, e l’atteggiamento che traspariva dai suoi gesti e dalle sue parole era un “Beh che cosa ti aspettavi?” pronunciato col tono arrogante di chi vuole pensare di essersi comportato nel modo più normale possibile, senza esserne troppo convinto.

Eh che cretina io, in effetti chissà che cosa mi aspettavo, in fondo mi aveva solo vista a una festa, aveva solo chiesto ai suoi amici di me, mi era solo stato addosso per un weekend, aveva solo chiesto il mio numero a una mia amica, mi aveva solo scritto ogni giorno e ogni sera passava al telefono con me solo un paio d’ore mi aveva solo mandato un libro in ufficio con una dedica “Solo tu mi sai tenere due ore al telefono” mi aveva solo chiesto mille volte di uscire, mi aveva solo chiamato un minuto prima che entrassi a discutere la mia tesi, mi aveva solo portata fuori a cena la sera della mia laurea, era solo passato all’aperitivo di festeggiamento regalandomi un altro libro, mi aveva solo prestato la sua macchina, mi aveva solo accompagnata in ufficio con un dolce “E allora non me lo dai un bacio?” prima di lasciarmi scendere dalla macchina.

Che cosa mi aspettavo? Mi aspettavo di meritare il rispetto contenuto nella dichiarazione di un cambio di idea, un attacco di panico, dell’incrocio al bancone del bar con una più figa di me. E invece mi sono ritrovata impalata davanti a uno a cui non era importato un tubo di me e che aveva giocato con i miei potenziali sentimenti per ben un mese. Mi aveva fregata, sì, ma avevo deciso che dopo di lui non ci sarebbe più riuscito nessuno. I suoi regali li ho tenuti in macchina per tre mesi prima di avere il coraggio di buttarli. Sono rimasti lì sotto un sedile a ricordarmi, ogni volta che aprivo la portiera, che dagli uomini non dovevo aspettarmi più niente.

Avevo perso. Mi sentivo stupida, ingenua, a tratti patetica. Per giorni ho riletto messaggi, sbobinato conversazioni nella mia testa, ascoltato canzoni di Sam Smith. Non avevo capito che in realtà tra di noi non stava succedendo niente, che razza di cretina, avrei dovuto chiaramente intuirlo da… Da cosa esattamente?

Devo davvero vivere la mia vita partendo dal presupposto che la persona con cui esco potrebbe dimostrarsi all’improvviso dotata di plurime personalità con esigenze contrastanti? No, non devo. Incontrerò altri soggetti bipolari nei quali riporrò le mie speranze? Probabilmente sì. (Anzi, il 2017 me ne ha regalati un altro paio).

Ma invece di sentirmi costretta a recitare la parte di quella che non è coinvolta, che non vuole nulla, che figurati se vuole sentirsi legata, a chi mi chiede “Che cosa ti aspetti?” ho deciso di rispondere “Un sacco di cose pazzesche”.

Buon 2018!

 

 

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